Le emozioni di un'eclisse totale di Sole

Il racconto che sta per seguire lo scrissi in un libro dedicato al mio viaggio in Australia dopo poche settimane dal traumatico rientro in Italia. Per questo volume avevo in mente di ricordare quegli istanti nel modo in cui ho commemorato tutte le avventure finora narrate, raccontando al passato le emozioni che mi sono restate dentro e le azioni che mi sono rimaste più impresse. Poi, mi sono messo a rileggere quanto scrissi di quell’eclisse e ho deciso che l’emozione che provai nel leggerli poteva essere regalata anche ai lettori. Chi avrà già letto questo racconto da qualche altra parte mi perdoni per la ripetizione, ma spero che non dia troppo fastidio rivivere quegli istanti eterni, al presente e non al passato.

 

Siamo ormai più di venti persone su questo campo abbandonato che non ha mai visto tanta presenza umana, eppure nessuno grida, nessuno parla, nessuno sembra respirare. Tutti aspettano che il Sole faccia capolino tra i sottili veli, che rappresentano quel 3% di nuvole alte previste già da due giorni. Se fosse così, non ci daranno fastidio, ne siamo convinti tutti. Vogliamo solo che il Sole esca, che l’alba eterna possa interrompersi per dare inizio alla sottile danza dei due corpi celesti più importanti del nostro cielo.

Lento, troppo lento, il cielo diventa sempre più chiaro. Venere ormai è immersa nella luce, ma con questa limpidezza credo non sparirà mai e di certo esploderà quando tutto ridiventerà oscuro all’improvviso, per 2 brevissimi minuti.

I veli di fronte alle colline, proprio dove dovrebbe sorgere il Sole, cominciano a riflettere la sua luce, illuminandosi fino ad accecarci e creando l’illusione di un’apparizione ancora prematura. L’eclisse è iniziata anche per noi. Quello spicchio di Sole che poneva fine a ogni mia notte sotto le stelle, regalandomi quell’indimenticabile amaro in bocca, ora l’ho desiderato con tutte le mie forze, e alla fine è arrivato.

 

Scattiamo a raffica fotografie impulsive e inutili, che rallentano nel giro di un minuto. Preferiamo goderci questa fase con gli appositi occhialini e traguardando ogni tanto nel mirino della fotocamera. Marco s’inventa un gioco molto interessante, che sarebbe stato perfetto con le chiome degli alberi, che qui però sono distanti e troppo rade. Su un foglio di carta bianco fa praticare a Malù dei sottili forellini dai quali far passare la luce del Sole. Proiettate sul cofano della macchina, compaiono tante piccole mezzelune che attirano l’attenzione di quasi tutti gli altri osservatori. Dopo pochi minuti, la nostra idea è stata fatta propria da un ragazzo cinese, migliorata grazie a un cartone di grandi dimensioni e alla complicità della portiera della sua auto.

Quel beffardo tempo che fino a poco fa sembrava essersi fermato, o addirittura andare a ritroso, ora ha d’improvviso accelerato… Ma perché? Tra l’inizio dell’eclisse e della totalità dovrebbe trascorrere quasi un’ora, ma è tutto così velocizzato che a mala pena riusciamo a star dietro alla Luna che di fretta si sta ingoiando il Sole con una voracità mai vista.

 

La luce della mattina, che fino a qualche minuto fa stava crescendo a causa della maggiore altezza del Sole, ora si sta attenuando. Sembra quasi che a distanza di poche decine di minuti il paesaggio voglia ripiombare nel buio di un’ora fa. Anche la temperatura non è salita, nonostante i dieci gradi abbondanti percorsi dal Sole. Tutto è immobile; la Natura intorno a noi sembra ancora addormentata. I colori cominciano a farsi difficili da notare; sbiaditi, spenti, privi di sfumature. Il rosso diventa arancio, il giallo grigio pallido, l’azzurro verdino, il verde stinge. È una luce davvero particolare perché dalla tonalità già bianco-gialla ma più debole di quando il Sole rosso rasenta l’orizzonte. Le nostre ombre, fa notare Marco, sono molto diverse. Non più nette e contrastate, piuttosto sempre più indistinguibili e con i bordi sfumati. “Guardate, guardate le ombre!” con il vocione deciso Marco, attirando l’attenzione di quasi tutti.

È uno di quei rarissimi momenti in cui il tempo, il nostro tempo, si ferma per qualche secondo. Nessuna foto scattata può riprodurre con fedeltà quanto vedono i nostri occhi, e attraverso di essi sente tutto il nostro corpo. Capiamo che il Sole sta per scomparire.

 

La luce fioca non scalda più l’ambiente circostante. Il cielo è scuro sopra e di fronte a noi, ancora di più dietro, da dove arriverà l’ombra che alla velocità di circa 2000 km/h ci inghiottirà in un buio inquietante e suggestivo. Siamo tesi, con il cuore in gola aspettando l’attimo in cui tutto cambierà all’improvviso, coscienti che per quanto possiamo immaginare non saremo mai abbastanza preparati a quello che succederà in quei minuti.

La saliva si fa rara in bocca. La gola si chiude e deglutire diventa un’operazione difficile quanto risolvere un integrale addormentati. Sospiri…

Sospiri profondi cercano di incamerare abbastanza aria, ora resa frizzantina dalla quasi totale assenza di luce, nel tentativo di utilizzarla tra poco per non svenire a causa della mancanza di ossigeno. Marco ormai è l’unico a dire cose sensate e ci guida verso la fase clou di questo nostro irripetibile momento: “Ragazzi, ci siamo quasi, tra poco vi dirò di togliere il filtro solare e gli occhialini per osservare l’anello di diamanti! Intanto vado a vedere se il mio telefono è in funzione”. Come ormai tradizione, documenta ogni eclisse riprendendo un video con il proprio telefono e facendo una specie di telecronaca dei concitati momenti in cui la mente e il corpo si abbandonano a un’emozione che non conosce confini. Anche io, in extremis, decido di riprendere un video simile e con un po’ di nastro adesivo fisso precario il telefono alla base della montatura equatoriale, destando la curiosità, e un po’ lo sdegno, del giovane ragazzo giapponese di fianco a me.

 

L’orologio ricomincia a correre veloce, ma mi ha almeno lasciato il tempo di scattare nella mente un’eterna fotografia che porterò sempre con me.

I pochi minuti diventano secondi. La falcetta di Sole nel mirino della reflex, che ogni tanto si ricorda di scattare, si assottiglia sempre di più a vista d’occhio. L’ammiro con stupore e meraviglia, realizzando di non essere mai arrivato sino a questo punto. Mi vengono in mente i viaggi a Strasburgo per assistere a quella colossale delusione, e a Valencia, nel 2005, per l’eclisse anulare, molto meno spettacolare.

Mi rendo conto, per qualche istante, dei perfetti meccanismi della Natura, che vanno ben oltre quello che l’occhio riesce a vedere. Solo con l’aiuto della nostra potentissima mente, è possibile rendersi conto che quella falcetta, ormai ridotta ai minimi termini, rappresenta la luce di una stella distante 150 milioni di chilometri, la nostra unica fonte di vita, che viene coperta, per un perfetto gioco geometrico, definito da altrettanto perfette leggi naturali, per un paio di minuti. Quel corpo celeste luminosissimo, chiamato dagli abitanti di questo pianeta Sole, è migliaia di volte più massiccio e caldo della nostra piccola palla azzurra e risplende ormai da oltre 4,5 miliardi di anni, nel vuoto e nell’assordante silenzio del Cosmo.

 

Mi perdo in pensieri che riescono a battere, in velocità, lo scorrere del tempo e l’instancabile tragitto di quei raggi di luce ormai quasi nascosti da quel frastagliato e oscuro bordo lunare. Mi perdo in sensazioni che non potranno mai essere sostituite, e neanche avvicinate, da niente di quello che noi esseri umani, con la sindrome di onnipotenza, pensiamo di creare e invece, spesso, distruggiamo.

E così, come veloce mi sono perso diventando un tutt’uno con un Universo che ora sta dando un piccolissimo assaggio di sé, allontanandomi per miliardi di anni nello spazio e nel tempo, con altrettanta velocità vengo riportato a questa incredibile realtà dalla voce di Marco, che imponente ed emozionata sancisce l’inizio del momento più importante delle nostre vite:

“Sta calando, ragazzi…”

Nessuno riesce a parlare, ma tutti s’inchinano in assoluta contemplazione… Dieci secondi e Marco ci fa notare qualcosa che non avremmo mai visto, almeno non con consapevolezza:

“Guardate il cono d’ombra!”

“Si, eccolo!” gli rispondo senza aver neanche capito cosa avesse detto.

“Guardate il cono d’ombra dietro!” ripete senza ricevere risposta.

Forse l’ho visto, forse no; magari me ne ricorderò quando sarà finita l’esperienza e rivivrò ogni momento. È tutto così veloce che faccio fatica persino a sentire.

“Guarda, guarda, lo stacco nel cielo tra luce e tramonto, perché è da là che attacca l’ombra!” continua sempre più emozionato e con il tono mano a mano più intenso, come un telecronista che sta osservando una fantastica azione che presto porterà a uno straordinario goal.

“Eccola, eccola…” parlo con un sussurro di voce scandito dai battiti del cuore che ora, credo, si riescano pure a sentire.

“Ci siamo ragazzi!” ci avvisa Marco.

“Eccola!” ripeto di nuovo, quasi in lacrime, traguardando attraverso il mirino della macchina fotografica.

“Attenzione…” si sovrappone Marco, imponendo il silenzio di nuovo.

L’attesa è ora un momento di straordinaria perfezione: sappiamo cosa sta per succedere e abbiamo la certezza che niente e nessuno ce lo potrà più strappar via.

 

Cinque secondi, non più, poi Marco ci introduce lo spettacolo con un crescendo rossiniano davvero toccante:

“Via gli occhialini, VIA GLI OCCHIALINI! SI CHIUDE!”

Scene di giubilo tra noi, ma l’emozione non ci consente altro se non emettere strani gemiti e pochissime e ripetitive parole.

Io sono un disco ormai: “Eccola, eccola……”, mentre Malù si lascia andare a un: “che bello….” interrotto dalle lacrime. Non so cosa dicano gli altri, riesco solo a udire indistinti versi di meraviglia. In un secondo gli occhialini vengono lanciati non so dove; il filtro solare strappato dal telescopio. Il Sole, o meglio, quello che ne resta, è ancora troppo luminoso per l’occhio, che nota solo un’informe macchia brillante… che però pulsa! Sono le irregolarità della Luna che stanno per oscurare anche l’ultimo coriaceo spicchio.

Altri cinque secondi e Marco, ormai fuori controllo, comincia a urlare all’Universo tutto quello che succede:

”SI SGRANA, SI SGRANAA!!”

Io non parlo; Malù, di fronte a cotanto spettacolo, lancia un sommesso grido: “Aiuto, aiuto…!”

La luce sta scomparendo.

In due, tre, cinque secondi si verifica una trasformazione così rapida e imponente che non riesco a registrarne alla perfezione tutti i cambiamenti.

Il cielo diventa buio, mentre quella luce accecante ed estesa, sempre più piccola e concentrata.

Per un attimo sembra di osservare un immenso e purissimo diamante cosmico, bellissimo quanto surreale, brillare e scintillare come fosse illuminato da una grandissima fonte di luce.

Marco esplode utilizzando tutta l’aria dei suoi polmoni:

“ECCOLO!! ECCOLOOO!!! L’ANELLO DI DIAMANTEEE!!

GUARDALOOO!!! ... INCREDIBILEEEEEE!!”

Difficile, anzi, impossibile, riprodurre a parole il tono e tutto quello che nasconde con il suo irrompere prorompente nella calma surreale di questo posto affollato.

Pacate scene trionfali da parte di tutti.

 

Io non riesco più a pronunciare nulla se non un “maaaaaaa” lungo quanto la comparsa di questo fenomeno, così poco conosciuto quanto invece emozionante.

Con le mani tremolanti e sudate, i piedi congelati inchiodati al suolo, cerco di scattare a ripetizione mentre mi gusto il paesaggio cambiare ancora.

Sì, perché ormai l’ombra della Luna, come una gigantesca coperta stesa a velocità incredibili, si deposita su di noi.

Dalla parte opposta all’ultimo spicchio di luce, che se ne andrà tra pochi secondi, comincia ad apparire la sagoma nera del nostro satellite e un pizzico di corona solare.

Stupefacente… Indescrivibile.

Non riesco più a sentire e a rendermi conto del mondo circostante, rapito anima e corpo da quello che succede di fronte a me.

“ohhhhhhhh” e “aiuto, aiutoo!!” sono tutto quello che io e Malù riusciamo a dire, mentre il diamante scompare in favore dell’oscurità.

La scena di fronte a noi cambia ancora repentinamente.

 

Come se fosse un’esplosione, nell’esatto momento in cui anche l’ultimo spicchio di luce se ne va, si accende la corona solare che illumina come un anello circolare la sagoma nera della Luna.

Non è reale, penso tra me e me.

Non è possibile che una scena del genere non sia stata partorita da qualche mago degli effetti speciali. È così assurda, e allo stesso tempo imprevista e spettacolare, che non si riesce a concepire.

Trascorrono dieci secondi e il mio occhio, ormai non più accecato dall’anello di diamante, riesce ad assistere alla seconda esplosione solare: la corona all’improvviso schizza via per alcuni gradi nel cielo, scuro ma non troppo.

Impossibile elencare tutte le sfumature che si vedono, i colori, i dettagli, le differenze di luminosità; Venere che ora brilla alto in cielo insieme ad altre stelle che non riesco a identificare.

Da questo momento in poi anche Marco resta in silenzio. Le lacrime di Malù vengono nascoste dall’oscurità ai miei occhi, ma non alle mie orecchie. Io sono senza parole, scattando una foto ogni tanto, ma godendomi appieno il momento a occhio nudo, di gran lunga lo strumento migliore per assistere a questo… non saprei come definirlo.

 

Guardo il delicatissimo fiore cosmico con il centro nero quanto il cielo circostante, e i petali, ben stagliati, che si intrecciano gli uni negli altri in modo simmetrico. Non c’è delicatezza migliore di quella che sto osservando, eppure, pensandoci bene, non c’è neanche maggior dimostrazione di potenza e perfezione.

Non si tratta di essere amanti del Cosmo e dell’astronomia, ma di ricordarsi di avere una Vita al di fuori della vita, troppo spesso un insignificante ammasso di limitata routine, per apprezzare l’assoluta perfezione di due forze opposte che in questi due minuti trovano il loro perfetto punto d’incontro qui, a pochi gradi di altezza sopra queste colline.

Quest’immenso fiore cosmico, reso ancora più grande dalla vicinanza all’orizzonte, quindi dall’aiuto prezioso del nostro cervello, è di certo ciò che di più bello, toccante e profondo abbia mai visto.

L’apparente immobilità della scena è in realtà una mera illusione, perché l’orizzonte intorno a noi continua a cambiare.

L’ombra della Luna, che si proietta sull’atmosfera rendendosi ben visibile, si muove con una velocità almeno doppia del più veloce aereo di linea.

Riesco a osservare di nuovo la scena nel complesso, solo per rendermi conto di quanto sia fuori da ogni nostra esperienza.

Di fronte, il buio simile a una tipica serata venti minuti dopo il tramonto, ma tutto intorno, radente all’orizzonte, un brillante anello allungato ci ricorda che questo evento indescrivibile è merce molto, molto rara. Poche decine di chilometri da questo luogo e il paesaggio a mala pena si rende conto che qualcosa di straordinario sta accadendo nel cielo.

 

È una specie di alba al contrario, che spiazza perché cancella tutte le esperienze e i punti di riferimento che la nostra mente si è fatta durante tutti gli anni trascorsi su questo pianeta. Ci si sente un po’ persi, strani, spaesati, e soprattutto dei minuscoli e insignificanti puntini, di fronte alla più prorompente manifestazione della Natura che potremmo mai osservare durante il giorno, anche dalle luminose città che hanno in tutti i modi cercato di cancellare il cielo notturno.

Possiamo fare del nostro meglio, anzi, del nostro peggio, per dimenticarci delle origini e vivere una vita con la testa sotto la sabbia, senza affrontare il peso insostenibile della nostra mente che cerca risposte impossibili a domande difficili.

Ma se la Natura vuole ricordarci quale sia davvero il nostro posto in tutto questo meccanismo e la nostra reale, infima, importanza, non c’è costruzione, luce, lampione, inquinamento, stupidità, che tenga. Si può scegliere di accettarla con il rispetto che merita, oppure continuare a tutti i costi questa finta miopia e sprecare l’unica opportunità concessa dall’Universo per poter ammirare la sua indescrivibile perfezione.

Quanti pensieri si affollano nella mia mente e sembrano congestionarsi tutti insieme in quello stretto vicolo che unisce conscio e inconscio.

Scatto, scatto e scatto ancora senza sosta, non con la macchina fotografica, immagini che non cancellerò più per il resto della mia vita e che so fin da ora, per certo, cambieranno il corso dei miei eventi futuri.

 

Scatto e vorrei che non finisse mai, perché di questo spettacolo non se ne ha mai abbastanza.

Ma mentre penso questo, Marco riprende a parlare e pronuncia parole che non avrei mai voluto sentire:

“Ragazzi si apre, si apre! Ecco l’anello di diamante di nuovo!”

Il tempo sembra riaccelerare senza motivo.

L’anello dura forse una frazione di secondo. Io cerco di restare attaccato all’ultimo pezzo di corona solare che continua a vedersi dalla parte opposta.

Mi ci attacco con tutte le mie forze e con la fotocamera, che scatta con tempi lunghi nonostante ormai la luce solare stia per oscurare di nuovo quei delicati petali di seta bianchissimi, appena contemplati per la prima volta dopo un’attesa durata anni.

M’aggrappo a tutto, ma è inutile. La Natura è così. Di certo non ascolta le grida sconclusionate e incomprensibili di qualche piccolo essere umano, che arriverebbe persino a fermare l’Universo intero per soddisfare il proprio gusto personale.

Ed è proprio da questa constatazione che nessuno di noi, benché lo desideri, si azzarda ad alzar la voce in segno di disappunto o, peggio, a inveire contro qualcuno o qualcosa che di certo non potrebbe mai sentirci.

Tutto il contrario, invece.

 

Con il primo spicchio di luce stabile che compare e segna il definitivo addio della corona solare, tutto il campo, rimasto in silenzio, si lascia andare a un lungo e scrosciante applauso in segno di meraviglia, rispetto e pura emozione verso l’evento più toccante e grandioso mai visto.

Questo sapore agrodolce, che tutti sentiamo in bocca non appena il giorno ricomincia il suo normale cammino, è proprio quella sensazione che accompagnerà e condizionerà le mie scelte future. Perché se questa è un’esperienza che va almeno vissuta una volta nella vita, è altrettanto certo che non vi si potrà mai più rinunciare dopo avervi assistito.

Io, almeno, so già che non lo vorrò più fare. Lo so senza alcun dubbio. Andrò alla caccia di molti altri due minuti in giro per il mondo; non importa dove, come e quando.

 

Tratto dal mio libro "Sotto il meraviglioso cielo d'Australia"

 

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