Le meraviglie di un cielo incontaminato

Il cielo, come un grande amore, è pronto a sorprendere sempre, anche quando si osservano gli stessi oggetti e si compiono, in apparenza, le medesime azioni. E cosa c’è di più semplice che alzare gli occhi al cielo di notte, senza binocolo né telescopio, e osservarlo, come ormai lo si è fatto per tantissime notti da quasi vent’anni? Quale sorpresa potrebbe rivelarci? Tante, soprattutto se siamo abituati a osservare dalle nostre inquinate città, piene di luci che contro ogni buonsenso sono dirette verso il cielo, sprecando persino un’enorme quantità di energia che non potremmo neanche permetterci, e distruggendo il cielo.

 

 

 

Ecco, se chi sta leggendo, amante o meno dell’astronomia, non ha mai lasciato l’Italia o l’Europa occidentale, posso assicurare che non ha mai osservato un cielo incontaminato dalle luci artificiali, scuro come la Natura ha deciso che sia.

 

Il cielo notturno perfetto in Italia e buona parte dell’Europa non esiste più perché le luci artificiali, fino a 200 km di distanza, possono rischiararlo quel tanto che basta per farci perdere centinaia, migliaia di stelle. Si spiega così il fatto che quando si ha la possibilità di visitare un posto famoso per le sconfinate lande deserte e un cielo incontaminato, alzare gli occhi dopo il tramonto del Sole può diventare l’azione più importante ed emozionante della propria vita. Questo è ciò che mi è successo in Australia, un viaggio che non dimenticherò mai. E il primo passo del mio viaggio australiano è stato proprio osservare per la prima volta nella vita un cielo incontaminato.

 

 

 

La prima sera che vidi un cielo lontano dalle luci affrontai da solo un’avventura alla ricerca delle Nubi di Magellano. Nel campo in cui fermai la macchina, la notte era così nera che intorno non riuscivo a vedere nulla, se non le lontane sagome di alcune colline grazie al contrasto con il cielo più brillante. E benché le nuvole passeggere non mi permisero di ammirare tutto quello che c’era da vedere, e al quale non ero nemmeno preparato, ricordo che riuscii a contare 12 Pleiadi. Sì, quell’ammasso aperto visibile a occhio nudo nella costellazione del Toro, chiamato Pleiadi, di solito dai cieli di campagna mostra 7 stelle, forse un paio in più se è davvero scuro. Lì, nonostante non fossero molto alte sull’orizzonte (ero a 16° di latitudine sud) già a una prima occhiata ne apparvero 12. “Ma stiamo scherzando? Non è possibile!” Ripetevo tra me e me; eppure era così.

 

 

 

La serata seguente, più organizzato e con il cielo sgombro, vidi per la prima volta la Via Lattea australe e una strana luce che lì per lì imputai all’inquinamento luminoso. Poco dopo il tramonto del Sole, con il cielo che divenne scuro in pochi minuti (pazzesco!) lungo l’orizzonte da sud-ovest a nord-est comparve una striscia di luce e delle macchie scure che ben presto divennero evidenti come nelle fotografie: la Via Lattea, definita e contrastata nonostante fosse a pochi gradi di altezza sull’orizzonte. Verso ovest, a meno di un palmo di mano dall’orizzonte, comparve il magnifico centro galattico, la zona dello Scorpione e del Sagittario, che non avevo mai visto a causa dell’inquinamento luminoso.

 

La visione fu eccezionale, ma era in qualche modo resa meno contrastata da qualcosa. La porzione del Cigno aveva un contrasto maggiore, perché il centro della Galassia, invece, appariva così confuso?

 

Con mio grande rammarico, grazie al Sole ormai ben sotto l’orizzonte, vidi comparire in quella direzione una grande colonna di luce, come quella tipica di una grossa città a una distanza di una cinquantina di chilometri. Non sembrava che avessi trovato il cielo perfetto.

 

Con i miei compagni di viaggio mostrai tutto il disappunto; era evidente che la cittadina di Mareeba, una quarantina di chilometri più a ovest, aveva rovinato tutto, rendendo quell’uscita un totale fallimento.

 

 

 

Nonostante questa delusione, la visione della Via Lattea australe era comunque molto bella, in assoluto migliore di quella che avrei avuto (se fosse stato possibile) da qualsiasi altro cielo italiano. Così iniziai a far qualche foto, mentre cercavo con ogni forza di riconoscere le costellazioni; un obiettivo tutt’altro che facile visto che tutto il cielo a quelle latitudini appariva ruotato di ben 60°! E infatti, a stento riconobbi Antares, il Cigno, Vega e Altair.

 

Con il passare del tempo, e dopo aver scattato ormai diverse foto, mi accorsi che la colonna di luce si era un po’ abbassata sull’orizzonte seguendo il movimento delle stelle. C’era qualcosa che non andava.

 

Analizzando le foto, notai anche una cosa strana: al contrario di ogni colonna di luce artificiale prodotta dalle città, dalla tipica colorazione giallastra o arancio, quella era bianca. Mi fermai allora un attimo, come qualcuno sul punto di realizzare qualcosa di incredibile. Immobile, con la fotocamera lasciata penzolare dalla mia mano, riguardai quella luce di nuovo, controllai tutto l’orizzonte per cercare altre tracce del classico inquinamento luminoso a cui ero tanto(!) affezionato e capii. Una luce bianca, triangolare, proprio a ovest dove è da poco tramontato il Sole, che sembra pure seguirlo. Era quella cosa mitologica di cui avevo tanto sentito parlare nei libri: la luce zodiacale!

 

Non potevo credere ai miei occhi, era così evidente da risultare fastidiosa! Ma d’altra parte non poteva essere altro, perché Mareeba era poco più che un paese e di certo non avrebbe potuto produrre tutto quel disturbo! La luce zodiacale, raccontata, a volte persino fotografata da tanti osservatori, soprattutto stranieri, era così vistosa che mi trovò lei, cosa molto rara quando si fanno osservazioni astronomiche.

 

Come ultimo regalo della serata, che si concluse poco dopo a causa dell’arrivo delle nuvole, ecco un’esperienza particolare che mostrava la potenza di un cielo scuro: le nuvole illuminate dal centro della Via Lattea e dalla luce zodiacale, da dietro, sottili al punto da lasciar intravedere la sorgente principale di luce di quelle remote regioni del Pianeta: il cielo, non più la Terra.

 

 

 

Nelle serate successive ci addentrammo ancora di più nell’arido e disabitato entroterra, fino a giungere a un paesino di 200 abitanti chiamato Chillagoe, ormai a più di 200 km dalla costa e con una catena montuosa a dividerci.

 

In quello sperduto avamposto umano rimasto fermo nel tempo a 50 anni fa, feci la prima vera indigestione di cielo perfetto, avvolto e cullato dalla parte più selvaggia e gentile della Natura.

 

La prima delle due serate a Chillagoe la trascorsi nel giardino della camera di quell’unico hotel/saloon, centro di tutte le attività ricreative del paese. E così per la prima volta non dovetti percorrere sentieri scoscesi, rischiare la vita in posti impervi, subire il freddo pungente dell’alta montagna.

 

La sera dell’8 Novembre 2012, alle 21, il Sole era tramontato da 3 ore e io stavo osservando già da un  paio. Seduto sulla sedia che mi ero portato dalla veranda della camera, sorseggiando una fresca birra. C’erano 29°C, umidità al 10% e io in maniche corte mi apprestavo ad assaporare il gusto di un attimo di vita perfetta. Di fronte a me l’imponente luce zodiacale mi diede conferma che quella vista la sera prima era proprio lei, poiché ora di fronte a me c’erano più di 1000 chilometri di natura selvaggia.

 

Il centro della Via Lattea mi sembrava già un po’ più familiare ma non ci si può di certo abituare a uno spettacolo di tale luminosità, visibile persino sotto un lampione!

 

 

 

La sera successiva decisi di prendere la macchina e fare qualche chilometro fuori dal paese per allontanarmi dai lampioni, più per principio che per una reale necessità. Quella fu la notte più bella.

 

In un ampio piazzale sterrato ai piedi di un sistema di grotte a libero accesso (che avevamo provato a esplorare nel pomeriggio) piazzai la mia montatura, illuminato dalle nubi di Magellano che accarezzavano l’aspra cima di una rocciosa collina di fronte a noi. Stesi una coperta rubata dall’armadio della camera e sdraiato a testa in su mi registrai il più bel filmato time-lapse del mondo, con la mente e i miei occhi.

 

Orione al contrario brillava così tanto da voler quasi uscire dal cielo. La nebulosa a occhio nudo era già ricca di dettagli come se fosse osservata con un binocolo 10X50 dal più scuro dei nostri cieli di campagna. Verso nord Cassiopea non riusciva ad alzarsi per più di pochi gradi dall’orizzonte: faceva quasi tenerezza! Della stella polare e del piccolo carro non c’era traccia, ma chi ne sentiva la mancanza? Sopra di me scintillava Sirio, anzi, no, non scintillava. Ormai giunta allo zenit, brillava di una luce fermissima quanto quella, invadente, di Giove, non troppo lontano.

 

Tre gemme dominavano il cielo in luminosità, a volte quasi fastidiosa. Giove, Sirio e Canopo, la seconda stella più brillante, indicavano la posizione del disco della Via Lattea invernale come le luci della pista di un aeroporto. E quel fiume lattiginoso e molto evanescente che siamo abituati a vedere, se va bene, dai nostri cieli, lì brillava come se fosse la porzione estiva della Via Lattea. Staccato sul fondo cielo, si intuivano le numerose zone più scure occupate dalle opache polveri, e lungo il sentiero erano frequenti piccoli addensamenti luminosi prodotti dagli ammassi aperti sparsi qua e là come piccole gemme.

 

 

 

M41, M44 un po’ più defilato, persino gli ammassi dell’Auriga, qui bassa sull’orizzonte, erano fin troppo evidenti. Poi, non molto lontano da Cassiopea, mi apparvero altre due nuvolette sfumate. Eppure lì non dovrebbero esserci ammassi aperti, pensai tra me e me. Cosa sono? La prima era allungata e più luminosa. La riconobbi quasi subito: la galassia di Andromeda. Caspita quanto era estesa! La seconda, invece, era rotonda e luminosa come l’ammasso del presepe M44 osservato dai nostri cieli di campagna. Era così evidente che non necessitava della famosa e provvidenziale visione distolta. Solo che in quella zona non c’era nulla di così brillante.

 

Il segreto, che capii in quel momento, è che la differenza tra un cielo perfetto e il più scuro visto dall’Italia è enorme. Tanto grande al punto che si perde la calibrazione delle luminosità e non si ha idea di quanto il nostro occhio riesca ad andare in profondità.

 

Quella nuvoletta tonda così evidente era la famigerata galassia del Triangolo, M33, famosa per la sua evanescenza e per rappresentare un severo test per la qualità del cielo. In Italia riuscii a vederla dopo un paio di anni da Forca Canapine, grazie alla concomitanza di un fenomeno atmosferico unico: nuvole basse ovunque per centinaia di chilometri che attenuarono le numerose fonti di inquinamento luminoso di quella zona d’Italia. Eppure, anche in quel frangente, il cielo era mezza magnitudine più luminoso di uno perfetto. Mezza magnitudine è tanto, sono 1,75 volte, quasi il doppio più chiaro di quello che avevo potuto ammirare a Chillagoe. Ecco spiegata la differenza tra l’intravedere dopo una lunga ricerca e venir trovato da M33. Quel cielo non lo dimenticherò mai...

 

Tratto dai miei libri: "Vent'anni sotto il cielo stellato" e "Sotto il meraviglioso cielo d'Australia"

 

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